Il prof. Filippo Barbera, professore associato di Sociologia Economica presso l'Università di Torino, membro fondatore del Collettivo per l'Economia Fondamentale, analizza in questo articolo le potenzialità dei territori montani e una possibile integrazione territoriale che veda la città metropolitana di Torino agente attivo per la definizione di una nuova economia del territorio.

Filippo Barbera

Economia fondamentale e sviluppo locale:

il caso della città metro-montana di Torino

La montagna conosce oggi una nuova centralità, tanto che il convegno 2019 della Società dei territorialisti è stato dedicato al tema http://www.societadeiterritorialisti.it/2019/06/18/convegno-la-nuova-centralita-della-montagna-camaldoli-8-9-novembre-2019/.

La “questione montana non riguarda solo la montagna. È una cartina di tornasole a più ampio spettro che interroga tensioni e ambivalenze del modello di sviluppo e di alcune delle sue più importanti dimensioni costitutive. Per essere colto, il potenziale di sviluppo della montagna richiede di mettere a tema la crisi del modello consumistico urbano, affermatosi negli ultimi due secoli a discapito dei tradizionali insediamenti abitativi in quota. La cifra del convegno poggiava su una duplice constatazione: (i) per capire la nuova centralità della montagna è necessario tematizzare assieme l’omogenea differenza con la pianura urbanizzata e l’eterogeneità interna che caratterizza le Terre Alte e (ii) il futuro (e il passato) della montagna non dipende né dall’altimetria né dall’orografia. I casi di maggiore o minore integrazione tra montagna e città (e il ripopolamento della montagna) sono frutto di scelte politiche ed economiche.

A riguardo, ciò non è accaduto nella montagna Nord-Occidentale, sia alpina sia appenninica, è istruttivo (cfr. F. Barbera, R. Di Monaco, S. Pilutti, E. Sinibaldi, Dall’alto in basso, Torino, Rosenberg e Sellier 2019). Mettiamo l’obiettivo sul Piemonte. È solo negli ultimi anni che le Terre Alte piemontesi hanno conosciuto processi di ripopolamento, stimolati dall’insediamento vocazionale di “nuovi montanari” (Corrado F., Dematteis G., Di Gioia A., (2014), Nuovi montanari. Abitare le Alpi nel XXI secolo (a cura di), Terre Alte-Dislivelli, Franco Angeli) che avviano attività agro-silvo-pastorali, spesso sostenuti dagli imprenditori “autoctoni” storici che hanno resistito sul territorio, adattando le dinamiche operative sia a livello di produzione sia di distribuzione e diventando essi stessi promotori di forme innovative di sviluppo. A riguardo, tutti gli studi mostrano che la “domanda di montagna” proviene in gran parte dalla città. Ma la città è la grande assente. I Sindaci governano con la montagna alle spalle e lo sguardo speranzoso alla pianura, come se la montagna non potesse generare ricchezza e benessere. Come se non fosse una delle strade per rispondere ad alcune tra più pressanti sfide che il modello produttivo e sociale deve affrontare. 
È in questa prospettiva che dobbiamo guardare alle interdipendenze e alle sinergie tra le aree montane e quelle di pianura (aree deboli e aree forti, “pieni” urbani e “vuoti” delle Terre Alte, risorse locali e il più ampio contesto nazionale). Questo tema assume particolare rilievo anche alla luce della costituzione della Città Metropolitana  che, nel caso di Torino, come in 12 tra le 14 città metropolitane include un numero consistente di Comuni montani. La superficie montana della Città Metropolitana è pari al 52% del territorio e prevale sia su quella collinare (21%) che sulla pianura (27%); su 315 Comuni, 143 sono classificati come “montani” e il 36% di questi sono piccolissimi Comuni sotto i 1.000 abitanti.

Il caso della città metropolitana di Torino è del tutto in linea con il dato nazionale: fatta eccezione per Milano e Venezia, tutte le città metropolitane italiane sono costituite in media, dal 50 per cento di Comuni definiti montani o parzialmente montani. Inoltre, in Italia circa 90 tra capoluoghi di Provincia e Comuni con più di 50.000 abitanti (25 hanno più di 100.000 abitanti) distano meno di 15 km da un’area montana, configurando un potenziale sistema “metro-montano”.

La città metro-montana dovrebbe quindi considerare le Terre Alte come integrate con i poli urbani, in un’unica strategia di sviluppo del territorio. Per far ciò occorre abbandonare tanto la visione romantica della “pura conservazione” della montagna quanto la visione ludica, caratterizzata dal suo asservimento all’uso consumistico urbano, con il rischio finale di trasformare le aree montane in quel che viene provocatoriamente definito un “deserto verde” (Salsa A., (2017), Alpi aperte mai come oggi, Piemonti, UNCEM, No. 1, pp. 6-7.). Entrambe queste immagini rappresentano forme di appiattimento e di semplificazione che riducono in modo stereotipato la complessità dell’ambiente fisico e sociale della montagna, che potrebbe invece essere alla base di molteplici processi di sviluppo integrato. Concezioni astratte ed estetizzate della montagna, infatti, che sono tipicamente urbano-centriche e rimandano al rapporto distale – spesso estrattivo, patrimonialistico e/o fondato sulla valorizzazione delle amenities – tra città e montagna (De Rossi A., (2018), Riabitare l’Italia. Comunità e territori tra abbandoni e riconquiste (a cura di), Roma, Donzelli. Estrattivismo, patrimonialismo e romanticizzazione costituiscono tratti comuni a un immaginario urbano della montagna, spesso riservato alle élites che consumano la montagna o la vogliono preservare. Élites che vivono la montagna come arcadia, regno della natura non contaminata dall’attività umana, dove l’ecologia è possibile in quanto altra rispetto alla dimensione produttiva. Una città ideale, fatta di politica, cultura, natura e società. Ma senza l’economia, senza il lavoro, senza la trasformazione della materia da parte dell’uomo e della tecnologia. Un immaginario, appunto, tipicamente urbano di chi non vive in montagna. Contro questa impostazione, occorre oggi una potenziale e nuova convergenza di interessi tra montagna e città/pianura, nell'ottica del reciproco vantaggio e delle potenzialità di innovazione place-based (Barca F., Carrosio G., Lucatelli S., (2018), Le aree interne da luogo di disuguaglianza a opportunità per il paese, in Paolazzi L., Gargiulo T., Sylos Labini M., Le sostenibili carte dell'Italia, Venezia, Marsilio editore, pp. 167-186). Perché ciò sia possibile, però, occorre affrontare la questione in un'ottica di governo dei flussi e delle interdipendenze “metro-montane”, tramite una programmazione strategica di area vasta, non polarizzata sugli interessi, valori e priorità delle élite estrattive, tanto urbane quanto montane. 
Da dove ripartire, quindi? Il “Collettivo per l’economia fondamentale” (Collettivo per l’economia fondamentale, Economia fondamentale. L’Infrastruttura della vita quotidiana, Torino, Einaudi, 2019,) propone di mettere a tema l’infrastruttura materiale della cittadinanza, in modo analogo a quanto proposto dalla Strategia Nazionale Aree Interne. L’economia fondamentale è costituita da un insieme di attività legate «alla produzione dei beni e servizi indispensabili al benessere generale, come l’edilizia residenziale, l’istruzione, l’assistenza all’infanzia e agli anziani, la sanità, la fornitura di beni e servizi essenziali come l’acqua, il gas, l’energia, la fognatura e le reti telefoniche» ibid. p. 26). I confini dell’economia fondamentale sono individuati attraverso tre parametri di riferimento: «questi beni e servizi sono necessari alla vita quotidiana, ne usufruiscono ogni giorno tutti i cittadini a prescindere dal reddito, e sono erogati, in funzione della distribuzione della popolazione, attraverso reti e filiali» (ibid). Altre caratteristiche delle attività ricomprese nell’economia fondamentale sono quelle di svolgersi spesso al di fuori del mercato; di essere attività in qualche modo protette in quanto soggette a regolamentazione; mentre la loro distribuzione e organizzazione è soggetta alla mediazione politica. 
Nell’economia fondamentale si possono distinguere due macroaree. La prima, identificata come economia fondamentale ‘materiale’, è costituita da «un insieme di attività molto ampio, che comprende la fornitura di beni e servizi di base attraverso reti di distribuzione, come acquedotti ed elettrodotti, o anche attraverso reti di filiali, come nel caso degli alimenti e dei servizi bancari». La seconda macroarea viene definita come economia fondamentale ‘provvidenziale’ e comprende «servizi tradizionalmente indicati con il nome di welfare, ovvero l’istruzione, la sanità, le attività di cura, il sostegno al reddito» (ibid.). Si tratta di importantissime attività economiche che, però, in questi ultimi trent’anni, sono state trascurate e, in generale, sono state considerate secondarie – o, piuttosto, sono state date per acquisite una volta per sempre – da una focalizzazione assai più concentrata sulle attività caratterizzate da un’intensa e rapida innovazione tecnologica, i cosiddetti Kibs (Knowledge-intensive business services, servizi a elevato contenuto di conoscenza). I Kibs, dal punto di vista del Collettivo, hanno funzionato da “distrattori di massa” e hanno permesso che l’azione politica si concentrasse nel supporto di tali attività che sono tipicamente urbane e legate ai confini delle città – si pensi ad esempio al programma italiano Industria 4.0 – piuttosto che nella riorganizzazione dei settori legati all’economia fondamentale. Per questi ultimi settori si è pensato semplicemente che la loro liberalizzazione e la successiva privatizzazione sarebbero state sufficienti a restituire l’efficienza e la redditività che si erano andate perdendo nel corso degli anni in cui tali settori erano stati sostanzialmente de-economizzati. Ma così non è stato. Anzi, il mancato ripopolamento della montagna e la rarefazione dei servizi fondamentali è uno dei più eclatanti fallimenti del mercato e dello stato degli ultimi 40 anni (cfr.
 https://sinistrainrete.info/teoria-economica/15128-sergio-marotta-l-economia-fondamentale-come-possibile-alternativa-al-pensiero-mainstream.html ). Le città possono e devono, con una duplice mossa, valorizzare politicamente l’economia fondamentale e i territori metro-montani. Quanto all’economia fondamentale, il nuovo piano strategico di Barcellona ha preso di petto il problema, come ci dice il general manager Oriol Estela Barnet, nominato dalla Sindaca Ada Colau: 

Torino, che ha seguito le orme di Barcellona nel suo primo piano strategico, dovrebbe farlo anche ora, estendendo l’ambito d’azione  all’economia fondamentale  e alla città metropolitana e riducendo l’enfasi su competitività, internazionalizzazione e ossessione per i ranking. Anzi, potremmo chiederci, Torino non dovrebbe forse sciogliersi nella Città Metropolitana? Diventare tutt’uno con questa?
È, in ogni caso, urgente ricordare che il buon governo delle interdipendenze “metro-montane” richiede la costruzione della voice politica dei territori deboli e periferici. Con la crisi delle istituzioni intermedie, le Terre Alte rischiano una ulteriore marginalizzazione diventando sempre più parte di quei luoghi dimenticati dalle politiche pubbliche e dagli investimenti strategici. La voice politica della montagna è debole, con alcune eccezioni: occorre pensare a come rinforzarla con giochi a somma positiva con la città.

CITTA' & TERRITORIO - Unione Culturale Franco Antonicelli - Via Cesare battisti 4/b - Torino

This site was designed with the
.com
website builder. Create your website today.
Start Now