Nel numero di Novembre, per la sezione Editoria della pagina delle rubriche, abbiamo proposto un testo dell'architetto Michele Manigrasso, assegnista di ricerca  nel Dipartimento di Architettura dell’Università G. d’Annunzio di Chieti-Pescara, dedicato allo studio dell'"adaptive design"  ovvero a come sia possibile concepire un piano urbanistico e una forma delle città in base alle indicazioni che vengono dai cambiamenti climatici. La città come organismo "adattivo" in grado di fare fronte alle mutate condizioni climatico-ambientali. Pubblichiamo qui una più approfondita riflessione di Michele Manigrasso.

Michele Manigrasso

Progettare città capaci nello scenario dei cambiamenti climatici

              Place de la Bourse, Bordeaux 2017.       Foto di Sandra Maglio

Nel 1999 Bruno Zevi pubblicava "Paesaggistica e linguaggio grado zero dell’architettura" (1), a seguito di un importante convegno organizzato a Modena due anni prima. Evento durante il quale lo storico aveva tenuto una relazione sul linguaggio dell’Architettura, quello espresso dalla modernità e dalle sue conseguenze, confrontandolo con gli insegnamenti appresi dalla Storia dell’Urbanistica. Intervento che non pochi hanno interpretato come il suo “testamento spirituale”, pubblicato, appunto, in quello che è uno dei suoi ultimi lavori. 
Scrive Zevi: «Il grado zero della modernità, quello che oggi gestiamo, non coincide affatto con un periodo di crisi. Siamo al servizio di un mondo drammatico ma vitale e lieto, in crisi ma carico di valori» . Nelle parole dello storico, la condizione del “grado zero” non è un punto di stallo, bensì un momento di svolta, una condizione di difficoltà ma vitale, che apre nuove occasioni di sperimentazione.
A distanza di vent’anni, le parole di Zevi appaiono più attuali che mai perché ritorniamo a ragionare su un nuovo “grado zero”, un’occasione di rivincita necessaria e urgente per le nostre discipline, per il progetto di territorio e per l’Urban Design. Più in generale, un momento per riflettere sul ruolo dell’Architettura e dell’Urbanistica rispetto al bisogno di pianificare, progettare e costruire “città capaci” di affrontare lo scenario di forte incertezza in cui siamo proiettati. 
I mutamenti globali in atto, ambientali, sociali, politici ed economici, stanno allargando in maniera pervasiva la dimensione dei rischi e della percezione dell’insicurezza nei territori, e soprattutto nelle città, perché moltiplicatrici degli impatti sul patrimonio sedimentato, naturale, artificiale e umano. 
Tali condizioni richiedono alle società contemporanee inedite “capacità di adattamento” delle proprie strutture organizzative e cognitive . (2)
L’insorgere di rischi inediti, o piuttosto di «insicurezze e casualità indotte e introdotte dalla modernità stessa» (3) ,genera nuove sfide a livello planetario e nuovi contesti per l’azione, costringendoci a ripensare i “paradigmi consolidati” sui quali le nostre discipline si sono fondate. Più profondamente siamo invitati a ricercare nuove modalità d’impostazione del piano e del progetto, in termini sia di contenuti, sia di processo.
Oltre a nuovi rischi, i cambiamenti generano anche nuovi valori, o modi diversi di intendere i principi che tradizionalmente ispirano l’azione dell’Urbanistica e dell’Architettura (4) . Possono essere occasione di riscatto; possono creare le condizioni favorevoli per nuovi cicli di vita; possono indurre a considerare lo sviluppo come speranza di sopravvivenza e di maggiore qualità del vivere, provando a ridurre le vulnerabilità, e generando quegli “anticorpi”che rendano i sistemi urbani capaci di affrontare i possibili stress. 
«Il cambiamento climatico rappresenta la maggiore preoccupazione per il futuro dell’umanità» (5) e oggi ci pone di fronte un’importante sfida dalla quale dipenderà l’intera nostra esistenza: provare a guarire da una nuova “malattia” che gli scienziati chiamano “Antropocene” (6) , un’era geologica che noi stessi abbiamo determinato e che senza saperlo, viviamo dal 1950.  Non siamo ancora a un passo dalla fine ma il tempo stringe e dobbiamo mobilitarci in fretta se vogliamo salvarci e consegnare al futuro condizioni di vita sostenibili. 
Il processo di guarigione sperato deve attraversare e raggiungere qualsiasi angolo del mondo, interessare ogni essere e ogni cosa, il rapporto tra gli uomini e la biosfera ma anche le relazioni distruttive tra le società e tra i singoli individui. Deve passare attraverso un nuovo “grado zero” che abiliti il futuro. Come ha scritto Pascal Acot, si tratta di un bisogno di guarigione subordinato a «un’ecologia della liberazione umana, tutta da edificare» (7) .

A questo tema è dedicato il mio ultimo libro “La città adattiva. Il grado zero dell’urban design” -edito da Quodlibet, nella collana “Città e paesaggio. Saggi”-volume scritto con la volontà di aggiornare i contenuti della ricerca avviata nel 2008, durante il dottorato (8) ,che ha alimentato varie esperienze progettuali e didattiche, in Italia e all’estero.
In fondo però, vi è una motivazione ancora più sentita che ha spinto a scrivere questo libro: sta nell’idea di progetto che ho maturato negli anni attraverso la ricerca e la professione. Il progetto come “atto critico” nei contesti in cui si opera è lo strumento più efficace che abbiamo per “aumentare” di un valore aggiunto le città e i paesaggi che abitiamo. E oggi, la sfida offerta dall’incertezza climatica non è solo un problema al quale trovare soluzione: è un’occasione per lavorare nella direzione di una maggiore qualità delle nostre città, degli spazi privati delle nostre case, dei luoghi che condividiamo, in cui svolgiamo il nostro lavoro e ci svaghiamo.
L’idea di progetto che ho voluto esprimere è una strada attraverso cui possiamo rivedere e porre rimedio al nostro operato, migliorare il senso del nostro agire, il quotidiano delle nostre comunità, e dare risposta, soprattutto in Italia, alla domanda di lavoro in larga parte evasa. Sempre attraverso il clima, possiamo rintracciare delle chiavi per dare nuovi stimoli alla nostra professione, non solo come architetti e urbanisti ma anche come ricercatori e docenti. Perché in fondo, quello di cui abbiamo bisogno è provare a costruire, anche attraverso la formazione universitaria, una nuova cultura dell’abitare, una nuova coscienza planetaria che faccia da bussola per orientarsi e andare nel futuro.
Non si tratta certo di una definizione completa e conclusa della città che ho immaginato, tutt’altro. Il libro porta a sintesi le riflessioni maturate negli anni, in un discorso aperto con e per il futuro. Perché se il tema della mutazione climatica è investito e caratterizzato da forte incertezza, di un dato invece siamo sicuri: l’adattamento al clima è la sfida delle città negli anni a venire e questa condizione offrirà alla ricerca importanti occasioni di sviluppo che alimenteranno, indirizzeranno e correggeranno le linee di traiettoria lungo le quali ci muoveremo. In questo scenario, l’Architettura e l’Urbanistica hanno la possibilità e il dovere di innescare e trainare le speranze e lo sviluppo dei territori e delle città, di lavorare a favore di una rivincita che riaffermi il loro stesso valore.
Se vogliamo che questa nostra esistenza continui a compiersi, dobbiamo lavorare con impegno e perseveranza in modo che la città adattiva accada davvero. In fondo, ciò che esiste è tale perché accade: la città, il paesaggio, l’architettura, l’arte e tutte le cose intorno a noi accadono; anche la nostra vita, ogni giorno, accade e si rinnova. L’essenza processuale delle cose in divenire rappresenta la possibilità che abbiamo per rispondere ai cambiamenti epocali che attraversano il Pianeta, per continuare a esistere in quel lungo presente che vorremmo accadesse di nuovo e per sempre.
Probabilmente è solo un sogno lontano, ma se sapremo realizzare città capaci di trasformare la crisi climatica in opportunità, cambieremo, passo dopo passo, la forma del mondo e un giorno la paura del rischio sarà solo un ricordo, o per lo meno avremo imparato a conviverci. Forse è una visione molto ottimista del futuro, ma non abbiamo altre possibilità. Dobbiamo provarci.

1) Zevi B., Paesaggistica e linguaggio grado zero dell’architettura, Canal & Stamperia Editrice, Venezia 1999. 
Si veda anche il numero speciale della rivista “L’architettura. Cronache e Storia”, anno XLIII n. 503-506 (nuova serie – anno III, n. 26-29). Il numero (quadruplo) riporta gli interventi dell’omonimo convegno internazionale Paesaggistica e linguaggio grado zero dell’architettura, svoltosi a Modena nel settembre del 1997.

2)  Bauman Z., La società dell’incertezza, Il Mulino, Bologna 2007. Taleb N., Il Cigno nero, Il Saggiatore, Milano 2007.
3)  Beck U., La società del rischio. Verso una seconda modernità, traduzione di W. Privitera e C. Sandrelli, 1° ed., Carocci Editore, Roma 2000, p. 151.
4)  Angrilli M., Introduzione in Angrilli M. (a cura di), L’urbanistica che cambia. Rischi e valori.XV Conferenza Società Italiana degli Urbanisti, FrancoAngeli Editore, Milano 2013, pp. 11-16.
 5) World Economic Forum, 2016.
 6) «Termine divulgato dal premio Nobel per la chimica atmosferica Paul Crutzen, per definire l’epoca geologica in cui l’ambiente terrestre, inteso come l’insieme delle caratteristiche fisiche, chimiche e biologiche in cui si svolge ed evolve la vita, è fortemente condizionato a scala sia locale sia globale dagli effetti dell’azione umana […]». Si veda la definizione data dall’enciclopedia Treccani sul sito [www.treccani.it].
7) Ecot P., Storia del clima. Il freddo e la storia passata. Il caldo e la storia futura, Donzelli Editore, 4° edizione, Roma 2011, p. 249.
8) Dottorato di Ricerca in “Architettura e Urbanistica” (ciclo XXIV) presso il Dipartimento di Architettura dell’Università G. d’Annunzio di Pescara. Tesi dal titolo: Le strategie di adattamento ai cambiamenti climatici nei contesti urbani. Relatori: proff. A. Clementi, C. Andriani. Correlatori: E. Zanchini, S. Paquette.

 

CITTA' & TERRITORIO - Unione Culturale Franco Antonicelli - Via Cesare battisti 4/b - Torino

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