Ricostruire la politica dal Municipio

Intervista ad Eleonora Artesio

Maria Teresa Silvestrini

Eleonora Artesio

Eletta consigliera comunale per Torino in Comune nel 2016 dopo una lunga esperienza nelle istituzioni locali, Eleonora Artesio ripropone le ragioni di una politica che, a partire dagli enti locali, dai Municipi, possa rivitalizzare da un lato autentica partecipazione e dall’altro la volontà di praticare il governo della città come “mandato pubblico”, cioè come assunzione di responsabilità nelle decisioni sulle priorità da perseguire. E il significato e l’efficacia del “mandato pubblico” sono anche criteri regolativi delle molteplici professioni chiamate a contribuire al disegno del cambiamento. In una città dove la crisi economica, politica e sociale sta determinando una lunga transizione verso un futuro ancora incerto, la priorità deve essere quella di coniugare l’innovazione con la lotta all’esclusione sociale e alle diseguaglianze.

D. Comincerei questa conversazione chiedendoti quale idea di città, della Torino di oggi e del futuro, era stata espressa in campagna elettorale e che cosa si è riusciti a fare in questi anni. Questo tema è stato recentemente discusso in un incontro del Gruppo Città e Territorio dell’Unione Culturale, ricordando come qualche decennio fa politici e intellettuali avessero delineato una prospettiva di trasformazione della città industriale che ha poi preso corpo nei Piani Strategici del 2000 e del 2006, ma che oggi, tuttavia, appare svuotata di efficacia.

Personalmente trovo che questa idea dei “visionari illuminati” sia molto aristocratica e soprattutto scarsamente attendibile, perché ciascuno ha una chiave interpretativa e riesce a diagnosticare solo una parte dei problemi. La questione che mi sembrava dominante al momento della campagna elettorale, anche se forse non siamo

Palacio de los Capitanes Generales, Habana Vieja, Cuba          Foto: Maria Teresa Silvestrini

riusciti a trasmetterla, è che il dibattito sulla città non possa essere affidato né a una dimensione esclusivamente intellettuale e di relazioni tra l’intellighenzia e la politica, come quella del Sistema Torino, né a una modalità movimentistica, costruita sulla semplice idea del “cambiare per cambiare”, quale quella espressa dal M5S. Quindi probabilmente l’idea per Torino non c’è perché a Torino non si è mai coltivata una dimensione di coinvolgimento collettivo sulla condizione della città e sulle sue proiezioni future. Torino in Comune, anche nella definizione, voleva avere proprio l’intenzione di non consegnarci né al rancore del movimentismo né alla prosecuzione del governo della borghesia riconosciuta, che, si suppone, "facendo il bene per se stessa farà anche sgocciolare qualcosa per tutti”. Il problema mi sembra la mancanza di partecipazione a un’idea, a un disegno di carattere collettivo, partecipazione che non nasce sicuramente in modo naturale e che avrebbe richiesto una dimensione che la costruisse.  Purtroppo, e questa è l’analisi più critica che rivolgo al M5S, per costruire questa dimensione si deve avere un’idea del governo che preveda da un lato il coinvolgimento e dall’altra la responsabilità di chi è chiamato a decidere e a selezionare tutte le questioni e le priorità che vengono definite nel coinvolgimento stesso, assumendone la responsabilità e la direzione. A me sembra che il M5S non abbia mai avuto un’idea di governo così inteso, ma un’idea di comando, ed è questo l’atteggiamento che mi ha più spaventata. Cioè l’idea che la propria alterità rispetto alla politica tradizionale sia argomento sufficiente per essere legittimati a decidere. Oggi, quando anche i 5S misurano tutto il disamore che stanno producendo nella città, questo atteggiamento si trasforma in arroganza e diventa ancora più preoccupante. 
Per queste ragioni sono pessimista sulle sorti di Torino, e lo sono sulle sorti della politica più generale, perché per costruire una dimensione in cui ciascuno ritenga utile, ragionevole e interessante per tutti portare le proprie opinioni in un contesto collettivo, ci vogliono degli anni, dei tempi lunghissimi. Dunque, non credo che possa esserci una rigenerazione della politica, intesa come capacità di partecipare alle decisioni locali, che non sia proiettata in un futuro abbastanza distante. Come arriveremo di qui ad allora è una delle questioni più insondabili. Alla nuova scadenza elettorale arriveremo “per trascinamento”, ed è presumibile che la nuova dimensione di governo possa essere diversa da quella attuale, riproponendo schemi di alleanze politiche del passato: non credo si proporrà uno schema analogo a quello dell’attuale governo nazionale 5S-centrosinistra. Però, qualunque sarà il governo, probabilmente ci saranno ancora anni di galleggiamento. Quindi l’unica possibilità è che in quegli anni riescano a risorgere delle disponibilità naturali, spontanee, organizzate a livello di associazione, che siano un po’ meno succubi di quanto sono state finora. Perché un aspetto stupefacente di questa relazione tra il governare e il comandare che attribuisco ai 5S è quanto il co-mando riesca ad ottenere adesioni, o per lo meno silenzi, più rapidi e veloci di quanti ne ottenga il dialogo. Spiegandomi meglio: ci sono, e ci sono state, situazioni di forte conflitto sociale che in una logica in cui il potere amministrativo è fortemente autoritario, come quello attuale del M5S al di là della retorica della partecipazione, in cui i soggetti hanno subito decisioni che non avrebbero mai subito in una relazione più esplicita con la vecchia politica o con le formazioni politiche del centrosinistra. Prima il conflitto era esplicito, adesso non c’è un conflitto esplicito e c’è, tutto sommato, una certa soggezione alle decisioni che vengono prese in modo autoritario, le si patisce, ma le si accetta. E questo è inquietante. 

In relazione a Torino nella sua situazione odierna, al processo di deindustrializzione, alle strade che può prendere la città per uscire dalla crisi, quali erano le prospettive di Torino in Comune?

Torino in Comune, per la sua genesi, cioè l’aggregarsi intorno a persone e organizzazioni fortemente legate alla Torino industriale e manifatturiera, ha sempre avuto una posizione per la quale il fenomeno della deindustrializzazione era considerato una iattura e non un’opportunità. L’idea della città legata all’automotive era molto presente nel programma di Torino in Comune, in quanto si riteneva che non si potesse lasciar sfuggire né quel tipo di investimento produttivo ne’ quel sapere e quella cultura che si erano costruiti nell’indotto e nelle professionalità dei dipendenti. Certamente vi era un’ipotesi di riconversione, nel senso della mobilità sostenibile, ma con la consapevolezza che c’erano bensì le carte in regola nella filiera, ma non le disponibilità e le volontà da parte di FIAT-FCA. Quindi l’ipotesi era di continuare a caratterizzare Torino come “distretto automotive”, con nuovi profili e nuovi accenti, sapendo di dover aprire una trattativa molto impegnativa nei confronti di FCA, una trattativa che avrebbe richiesto l’autorevolezza della politica e presumibilmente anche un’autorevolezza politica nazionale. Qui si apre tutta la tematica di quanto il nostro paese abbia o non abbia una politica industriale e che tipo di poli abbia questa politica industriale… La questione era gravata dall’atteggiamento francamente di sudditanza delle amministrazioni precedenti, da Chiam-parino a Fassino, nei confronti delle scelte di delocalizzazione e di globalizzazione di FCA, soprattutto scelte di finanziarizzazione direi, rispetto a scelte di investimento produttivo, dunque da una politica asimmetrica nel rapporto di potere. Con Torino in Comune, l’ipotesi era quella di un’alleanza tra politica istituzionale, ricerca scientifica e mondo accademico che lanciasse la potenzialità di Torino nel distretto dell’automotive e che riuscisse a far quadrato intorno a un investitore che si riteneva dovesse essere ancorato a Torino. Quindi il tema dell’automotive era importante. E si coniugava alla capacità di Torino di essere anticipatrice nelle trasformazioni, di essere laboratorio, con un ruolo strategico e trainante nel campo dell’innovazione, che ha un po’ incrociato, o avrebbe potuto incrociare, l’idea della smart city, che questa amministrazione, nei primi due anni, ha cercato di proporre, con sperimentazioni, progetti, alleanze - penso alla sperimentazione della guida autonoma, alla questione dei droni. 
Il tema però è che la capacità di ammodernamento ha senso se è capace di trasformare le condizioni di carattere generale. La trasformazione industriale ha avuto senso perché ha trasformato non solo la fisionomia della città - nel bene o nel male potremmo discuterlo -, ma addirittura i processi migratori interni del paese, ha modificato le organizzazioni sociali e le composizioni di classe, perché ha costruito delle dimensioni collettive di aggregazione e anche di consapevolezza politica. Quindi non è stato soltanto un investimento di carattere tecnologico, ma ha modificato la geografia e le relazioni sociali del paese. L’innovazione può avere senso se riesce a indurre questo tipo di trasformazioni nelle modalità con le quali le persone si rapportano all’innovazione. E questo oggi non c’è, per quanto sia teorizzato. Ad esempio il nuovo assessore all’Innovazione, Marco Pironti, ha molto proiettato il suo discorso di insediamento intorno a questo tema: è innovazione se trasforma le condizioni sociali di carattere generale, altrimenti non è innovazione. Perciò il secondo tema programmatico di Torino in Comune era che la vocazione industriale dell’automotive dovesse essere mantenuta in un quadro più generale di “Torino-Città dell’innovazione”, dove però l'innovazione doveva essere governata con l’idea della trasformazione complessiva e quindi dell’inclusione. 

 

Parlando di inclusione sociale quali erano, e sono, le idee e le prospettive specifiche di Torino in Comune, che è forse la formazione politica più sensibile a questa tematica?
Questo è punto più dolente, per quello che è il mio osservatorio di analisi, ma anche per la mia sensibilità più puntuale: la condizione sociale della città. La campagna elettorale l’ha schematizzata e banalizzata con la famosa questione delle doppie code, davanti ai musei e davanti alla mensa della Caritas, e devo dire che questa schematizzazione continua. Trovo che questo tipo di discussione “primitiva” non colga le questioni fondamentali, che sono i temi dell’emancipazione delle persone. Non ero scandalizzata dalle code davanti ai musei: avrei voluto che potessero mettersi in coda davanti ai musei le persone che erano obbligate a mettersi in coda alla mensa della Caritas. Perché il tema è che la povertà è sì una povertà materiale di sopravvivenza, ma è tragicamente anche una povertà culturale. Continuiamo a registrare delle forbici spaventose dal punto di vista delle diseguaglianze in alcuni territori della città dove risiedono persone più fragili, come ci insegnano le ricerche di Costa, quelle sulla povertà dei bambini e tutti gli osservatori. La forbice si allarga sempre di più su variabili che vanno dalla salute al titolo di studio, alla discontinuità dei rapporti di lavoro. Siamo di fronte a un problema acutissimo di segregazione territoriale e di diseguaglianze sociali. 
In questo quadro i 5S sono stati degli ammortizzatori, non tanto perché abbiano fatto scelte utili come ammortizzatori sociali - certo, il reddito di cittadinanza in parte ha contenuto una questione di carattere economico -, ma perché, io credo, nella fase del ballottaggio hanno raccolto il consenso di gruppi sociali che nulla hanno a che vedere con i ceti svantaggiati, ma che avevano piuttosto interesse al mantenimento dello status quo, in quanto era loro chiaro che il centro sinistra non avrebbe potuto gestire l’eventuale esplosione di un conflitto sociale dovuto alle diseguaglianze. I 5S avevano suscitato un’aspettativa in questa direzione e per qualche anno sarebbero riusciti a contenere quel conflitto sociale. Quindi a me sembra che, a Torino almeno, - su questo punto di analisi sono abbastanza ferma - i 5S siano stati una parte del sistema, non un’alternativa al sistema. In sintesi, la Torino che dovrebbe trovare la propria vocazione ha questa necessità: aggredire la questione della diseguaglianza. In questo c’è un problema drammatico, quello della finanza locale. Tutte le cose che ho detto, - dal supportare gli investimenti tecnologici e l’innovazione con la capacità dell’inclusione, al ragionare sulla crescita di attrattività della città dal punto di vista della cultura e dell’ecoturismo senza creare del lavoro povero, ma creando e riconoscendo professionalità e retribuendole adeguatamente, all’includere in questo processo di trasformazione persone che non hanno autonomi strumenti di inclusione - richiedono degli investimenti di carattere pubblico, in campo educativo e culturale come nel campo sociale. 
E veniamo alla situazione attuale. Noi abbiamo trascorso tre anni - e in questo la mia analisi è molto simile a quella dell’ex vicesindaco Montanari (
https://drive.google.com/file/d/1GfPDiwWVTStn1KD1m-FduOr9V4HzIJTT/view) - a ragionare sugli approcci progressivi verso il pareggio di bilancio, per recuperare il debito strutturale. Il pareggio di bilancio contabilmente c’è, ma con un onere molto rilevante per il risarcimento dei mutui contratti. Per cui abbiamo una spesa fissa al servizio del debito e, di conseguenza, una forte limitazione della spesa variabile al servizio delle scelte politiche. Questi tre anni sono stati dedicati tutti alla necessità di fronteggiare il problema del disavanzo strutturale, ma con un’azione di galleggiamento, non di sfida. Non c’è, secondo me, la ricetta finanziaria per uscirne, non è sufficiente rinegoziare le scadenze dei mutui, come hanno provato a fare gli assessori Passoni e Rolando. Il problema è rimettere in discussione i meccanismi della finanza locale che sono gravati da una condizione esposizione bancaria a tassi di interesse molto più alta di qualsiasi dimensione familiare, imprenditoriale o personale.


In sostanza pensi che i tassi di interesse siano troppo elevati e che con una battaglia politica si potrebbero rivedere?

Sì, il problema sono le percentuali elevate di tassi. Ora, una battaglia di questo genere può avere Torino come capofila? O può avere una città come capofila? Per essere vincente questa battaglia deve essere condotta sul piano politico in modo molto forte. Una critica che faccio alla città di Torino, e a chi la dirige, è di non essere capace, forse perché non ci crede, di costruire questo tipo di relazioni e di alleanze. Perché la città di Torino conduce le proprie trattative in una relazione bilaterale città-governo, confidando, negli ultimi anni, sul governo amico, e costruendo invece un polverone di polemica sul governo nemico precedente. Il tema non può essere ridotto a questa logica bilaterale. Il tema deve essere quello di una grande battaglia politica sul ruolo e quindi anche sulla capacità di operatività degli enti locali.

 

Quindi ritieni fondamentale la dimensione del Municipio. Fino a qualche anno fa era molto attiva la Rete del Nuovo Municipio. Ora ti sembra che la dimensione del Municipio si sia sfrangiata a livello nazionale?

Una delle cose che mi avevano confortata in campagna elettorale, e l’anno successivo. era stata che, dopo le esperienza di Torino in Comune, Milano in Comune, Bologna Bene Comune, Roma in Comune, si era costruita una dimensione di coordinamento, chiamata appunto Città in Comune, che riusciva a scambiare e a condividere alcune tematiche di principio, con mozioni, ordini del giorno da proporre il Consigli Comunali. E si costruiva anche una dimensione, visibile su scala nazionale, di una politica fatta dalle esperienze degli enti locali. Era una dimensione che mi confortava tantissimo perché mi permetteva di uscire un po’ dalla solitudine - essere consigliera monogruppo in minoranza è una dimensione solitaria faticosissima - ritrovando l’assonanza sulle questioni e l’idea di una forza possibile da mettere in campo. Purtroppo le elezioni politiche nazionali ci hanno stravolto e travolto, perché ci si è dispersi in diversi schieramenti, da Potere al Popolo a Sinistra Italiana.
Ma io penso davvero che la politica possa essere ricostruita dalla dimensione degli enti locali. Ho proprio la percezione che o si parte di nuovo dalle capacità di trasformazione che le dimensioni di governo locale possono giocare oppure anche le politiche nazionali non riescono a essere pregnanti e significative. A livello locale puoi capire anche l’impatto di misure di carattere nazionale, ad esempio l’impatto del reddito di cittadinanza in una città come Torino rispetto a una dimensione del Sud, che ha preesistenti diversi, perché hai un rapporto diretto, “fisico”, concreto con i problemi.

Riprendendo il tema della condizione della città, come vedi la “Torino sociale”?

Torino ha una tradizione sociale potente, che è raccontata più per la tradizione dei Santi Sociali, evoluta oggi nella dimensione delle attività del volontariato e delle fondazioni bancarie, che non per le politiche e le pratiche dei servizi pubblici, che invece sono altrettanto straordinarie. E mentre durante la campagna elettorale ero ancora convinta che si potesse svolgere un’azione critica rispetto agli spazi progressivamente occupati dalle fondazioni, cioè credevo fosse una dimensione contrattabile, tristemente, a tre anni di questa amministrazione, dico che il rapporto di forza è peggiorato. E parlo di vera e propria sostituzione nella definizione delle priorità della programmazione, non di concorso alla programmazione per lo sviluppo del territorio, che peraltro è la missione istitutiva delle fondazioni bancarie. Quindi la politica oggi non ha la capacità di ridefinire se stessa come il centro intorno a cui costruire le relazioni utili a selezionare le priorità e a governare. E’ diventata totalmente succube di altre dimensioni progettuali. E non perché sia peggiorata la sua agibilità economica. Paradossalmente nel campo delle politiche sociali i trasferimenti di carattere nazionale sono persino aumentati. Non è una debolezza maggiore del passato dal punto di vista finanziario. E’ la scelta, più o meno consapevole, di delegare quello spazio e quella responsabilità. Quando la riorganizzazione dei servizi sociali deterritorializza una serie di funzioni dei servizi, quando nelle equipe non vi è una chiarezza della regia, quando su una serie di progetti chi tira non è più l’ente locale, a me sembra ormai chiaro che l’ente locale abbia deciso di abdicare.

A me sembra che questo tipo di riorganizzazione dei servizi sia un progetto dell’apparato burocratico, molto consolidato, del Comune, un apparato che non è di nomina di questa amministrazione, e che oggi è riuscito a portare a termine un percorso iniziato da tempo. 

Sarò esplicita: il processo è iniziato nel 2004 con la gestione dell’assessore Lepri, quando è stata introdotta la centralizzazione dei servizi sociali e la loro divisione per funzioni anziché per lavoro territoriale. E non ho difficoltà a dire che è stata anche condivisa dalle organizzazioni sindacali. Oggi a me sembra che questa questione si sia stratificata e abbia segnato la carriera professionale delle persone, che sono molto più stanche, e non hanno più voglia di ribellarsi, non hanno più la forza, è anche normale, per la fatica e i contrasti che hanno dovuto subire e sopportare. In questa condizione, in cui la struttura interna è provata, è stressata, si lavora con modelli di riorganizzazione che costruiscono un guscio luminoso, usando tutte le parole giuste della ricerca sociale, ma che produce situazioni oggettive e organizzative che non praticano affatto quei modelli innovativi. L’accoglienza in un punto unico dovrebbe prevedere una continuità di percorso nella cosiddetta “presa in cura”, ma il percorso dovrebbe essere continuativo, e invece no, perché poi l’utente deve andare a cercare la singola prestazione in punti diversi, con percorsi burocratici diversi, con la possibilità di essere rinviato da un punto all’altro. Perché più si riesce a tenere fermo il passaggio di quella pratica, meno si è esposti come ente sul piano economico. C’è una sorta di cosmesi del servizio sociale, cioè fuori appare brillante, con la modernità del linguaggio sociale, e dentro è terribilmente invecchiato e svuotato.
Io credo che chi lavora in una dimensione di cooperazione o chi lavora nell’ambito del PON-Metro (
http://www.comune.torino.it/ponmetro/pon-metro-torino-presentazione/), come professione individuale non sia inferiore in termini di bagaglio, di formazione, alla figura pubblica. Il tema è che non può partecipare a una dimensione pubblica di discussione sul proprio mandato professionale. Il pubblico dovrebbe far capire che l’educatore, l’assistente sociale, l’insegnante della scuola per l’infanzia hanno un bagaglio disciplinare, che si deve cercare di valorizzare e di conservare, ma hanno soprattutto un mandato pubblico. Il senso di quel mandato può anche essere esercitato da una figura che non dipende dall’ente, e che lavora in un progetto condiviso, ma che deve partecipare a una dimensione di investimento, di responsabilità, di missione pubblica. Se non ci sono più quei contesti, perché la regia è in mano ad altri, allora il senso del mandato pubblico, del lavoro sociale si perde. Sto affermando che il pubblico ha qualcosa che lo differenzia, e che lo rende più responsabile, ed è il mandato pubblico, e deve poterlo giocare. Se non lo si fa, non solo non si tutelano i soggetti verso i quali si ha quella responsabilità, ma non si trasferisce nemmeno il senso della professione sociale a chi lavora con il pubblico e per il pubblico.Ad esempio, l’educatore di nidi deve avere un’attenzione alla sicurezza, agli stimoli, alla crescita in salute, alla socialità dei bambini, ma contemporaneamente deve capire come sta cambiando l’infanzia da 0 a 3 anni, quali domande portano le famiglie, quali bisogni, espressi e inespressi, raccontano i bambini. E deve poterlo dire alla committenza, che ha quella responsabilità pubblica. Se la committenza è una cooperativa, può condividere una responsabilità pubblica, ma non la può assolvere. In questo il pubblico è responsabile. Se anche ha fatto la scelta delle concessioni di servizio, deve però avere un governo della regia, altrimenti è solo una scelta economico-patrimoniale. Ma i nidi non si fanno per una scelta economico-patrimoniale. 

Tu che sei stata Presidente della Circoscrizione 6, come vedi oggi la Barriera di Milano, dopo averla conosciuta 15 anni fa? 

Credo che le analisi che si sono svolte su Barriera di Milano siano confermate. Non erano neanche analisi che contenessero particolari elementi di lettura, nel senso che era chiarissimo intorno al 2006, quando ho lasciato il mio incarico, che stava avvenendo un processo di sostituzione della composizione sociale di quel quartiere, peraltro molto comune ai fenomeni migratori dei centri urbani, per cui c’era un processo di trasferimento dei migranti dai punti di primo approdo verso quartieri semiperiferici, e che questo introduceva dei mutamenti nelle scelte abitative, modificando anche gli assetti patrimoniali, i consumi alimentari e i consumi generali. Il tema per il quale io annoto una differenza la situazione attuale è che allora c’era preoccupazione, più o meno esplicitata, soprattutto sul versante della sicurezza, però c’era anche la rivendicazione orgogliosa della capacità di governare le trasformazioni. Non da parte di tutti, ma da parte di alcune realtà, in particolare di quelle realtà che sono i presidi sociali del cambiamento. Penso alla rivendicazione della scuola Gabelli, o della Pestalozzi, rispetto alla capacità di avere una popolazione mista di frequentanti, e nel contempo essere in grado di fare le migliori sperimentazioni di carattere didattico, e di far diventare la scuola un punto di riferimento non solo per i bambini, ma anche per le famiglie, con la scuola delle mamme, le attività aperte al quartiere… C’era l'ipotesi di poter rivitalizzare il commercio di prossimità, quindi una fortissima animazione della attività di vie commerciali, sapendo che ad esempio il mercato aveva un senso per le fasce sociali più fragili.
Adesso mi pare che non siamo più in questa condizione. Siamo piuttosto nella condizione in cui ciascuno fa per bene le cose che può fare da solo, quindi le scuole, i centri culturali continuano a fare bene quello che è il loro lavoro, ma non c’è più l’idea che questo “fare bene ciascuno a casa propria” possa cambiare il quadro generale, che purtroppo si è deteriorato, e non c’è più l’idea, la fiducia di poter governare la situazione. Questa è un po’ la mia percezione. Tant’è che è persino curioso come, vista dal Consiglio comunale, e non più dal territorio, non ci sia neanche una grande vertenzialità da parte di Barriera di Milano verso il Comune di Torino. C’è il piccolo cabotaggio, la preoccupazione perché il giardino è diventato un punto di concentrazione dello spaccio, c’è un malcontento serpeggiante, ma non c’è vertenzialità, il che è anche peggio.

CITTA' & TERRITORIO - Unione Culturale Franco Antonicelli - Via Cesare battisti 4/b - Torino

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