EDITORIALE

Gp.A.

L'editoriale del numero di Dicembre si apre con un ricordo di Edoardo Salzano, importante urbanista e fondatore del sito Eddyburg, Quando abbiamo iniziato l'esperienza di questa rivista è stato proprio con Salzano che ci siamo confrontati per definire il carattere della pubblicazione on line. A lui Claudio Malacrino dedica un ritratto a poche settimane dalla sua scomparsa.

Edoardo Salzano e la città sostenibile

Claudio Malacrino


 

Ragionando sulla costruzione della “città sostenibile” nel 1991 così si esprimeva Edoardo Salzano: “ … una città nella quale, a differenza di quella di oggi, vivere sia piacevole e interessante per tutti, e le trasformazioni operate per migliorarne la funzionalità accrescano le qualità dell’ambiente urbano nell’interesse dei cittadini di oggi e di quelli, così spesso dimenticati, di domani” . In questa breve affermazione è contenuto il senso dell’impegno civico, politico e culturale di Salzano Urbanista.
Edoardo Salzano (1930-2019) è recentemente scomparso nella sua Venezia .

Si tratta di uno dei più fieri oppositori all’urbanistica contrattata – di cui abbiamo già scritto in un precedente articolo  - che ha subito, anche per questo impegno, un ostracismo nel corso degli anni novanta da parte del settore più arrembante dell’urbanistica “spregiudicata”. Il suo impegno civico era quello gramsciano dell’intellettuale organico. Fu consigliere comunale a Roma nel secondo dopoguerra ed assessore all’urbanistica di Venezia nel decennio delle cosiddette “giunte rosse 1975/1985”. Scrisse per “l’Unità” il giornale del più grande partito della sinistra italiana fondato da Antonio Gramsci. Animò, anche in veste di presidente, l’Istituto Nazionale di Urbanistica, dal quale, poi, nel corso degli anni ’90 si distaccò in ragione della deriva culturale che Salzano come altri, non solo non condivideva, ma rispetto alla quale dovette, suo malgrado, cedere il passo. Fu docente presso l’Istituto Universitario di Architettura di Venezia – lo IUAV – dove contribuì alla formazione di generazioni di giovani urbanisti: il suo libro “Fondamenti di urbanistica” per i tipi dell’editore Laterza, ormai ristampato molte volte, è stato una

pietra miliare per la formazione di decine di urbanisti. Si ricordano di Salzano soprattutto il piano della città storica di Venezia ed il ruolo di coordinamento scientifico per la redazione del Piano Paesaggistico della Regione Sardegna.

Molti rammentano, quasi come fosse una stravaganza, come Salzano era un urbanista, laureato “però” in Ingegneria, dimenticando che, in realtà, molti sono stati in quegli anni ingegneri/urbanisti, a testimoniare che non si era ancora consumata quella rottura nefasta tra una concezione umanistica della disciplina urbanistica, coltivata da urbanisti sia ingegneri sia architetti, ed una prosaica tecnica dell’urbanistica destinata esclusivamente a disegnare asettici perimetri ed improbabili geometrie sui lotti fondiari.

Per Salzano – come fu per Radicioni – centrale in tutta la sua attività rimase il tema del controllo della rendita parassitaria: la rendita fondiaria. Nello stesso tempo tenne sempre aperta la porta agli stimoli culturali provenienti dalle generazioni di urbanisti più giovani.

Nel convegno da lui coordinato “Ambiente urbano in Europa: La città sostenibile” che si tenne a Venezia il 4 e 5 ottobre 1991, Salzano, ad esempio, colse l’occasione per promuovere la conoscenza presso i cultori dell’urbanistica del “Libro verde per l’ambiente urbano” elaborato dal Commissario per l’ambiente della comunità europea Ripa di Meana ed approvato dal Parlamento europeo nel settembre 1991 e, tra gli altri contributi, che raccolse nel libro “La città sostenibile”, promosse anche una “carta del territorio” frutto di una proposta metodologica alternativa all’urbanistica del progetto, cavallo di Troia per una contrattazione volta per volta. Con la fondazione nel 2003 di eddyburg.it, infine, Salzano ha rinnovato in forme nuove il suo impegno realizzando un sito che ha in questi 16 anni messo a confronto opinioni sia culturali sia tecniche sia politiche, costituendo un patrimonio di informazioni prezioso. Nulla di meglio, perciò, per completare questo ricordo di Edoardo Salzano è riportare quanto campeggia sul sito che porta il suo diminutivo (Eddy):  “… I temi dei quali si occupa sono la città, la società e la politica (urbs, civitas, polis) e gli argomenti che rendono bella, interessante e piacevole la vita di alcuni e difficile, tormentata, disperata quella di altri. Si propone di contribuire a svelare le radici dell’iniquità e a combatterle. eddyburg.it intende promuovere una cultura dell’abitare, fruire, governare il territorio che sia suscettibile di assicurare alla città, intesa sia come struttura fisica che come società che la abita e ne fruisce, condizioni di vita soddisfacenti sotto il profilo dell’equità e della libertà di accesso ai beni comuni, della capacità e possibilità di partecipare al governo della cosa pubblica. La difesa delle risorse naturali e del patrimonio costituito delle qualità che natura e storia hanno sedimentato nel territorio formandone arricchendone il paesaggio costituiscono un elemento essenziale di tale obiettivo”.
Ecco: questo, mi sembra il suo migliore lascito.

La Zattera della Medusa​

Théodore Géricault  - 1818 - 1819

Un territorio alla deriva

Nell’anno delle manifestazioni di giovani e studenti ispirate da Greta Thunberg e che provano in qualche maniera a scrivere nella agenda delle urgenze planetarie la conservazione, almeno, dello status quo, in Italia ci scopriamo, come pressoché ogni anno, attoniti e sconvolti a rimirare un paesaggio devastato dall’acqua.
ProNatura, nata nel lontanissimo 1948 in Valle d’Aosta per volontà di alcuni naturalisti direttamente impegnati nella salvaguardia dell'ambiente, riuniti intorno a Paolo e Renzo Videsott,  e Italia Nostra, che risale al 1955 e che nacque attorno alla campagna di salvataggio di un isolato nel centro storico di Roma, da più di mezzo secolo si impegnano a lanciare allarmi, proporre soluzioni, stimolare dibattiti tentando di costruire una coscienza diffusa del bene comune costituito dall’ambiente.
Intellettuali, professionisti, esponenti della società civile si sono mobilitati a vari livelli: locale, regionale, nazionale per esercitare quelle pressioni sulla politica volte ad ottenere legislazioni e fondi per la tutela dell’ambiente, e per ottenere che all’interno del sistema educativo si desse spazio e rilievo a questi temi. Grande assente in questo scenario è la politica che, per la difesa di volta in volta di  "interesse particulare" e "interesse maximo" o equivocando sull'alternativa ambiente/lavoro non ha saputo/voluto costruire dal dopoguerra ad oggi una radicata coscienza collettiva di conservazione dei beni: ambientali, architettonici, storici, urbanistici, artistici. A differenza di quanto avviene in altri paesi europei la parabola discendente del partito dei Verdi è testimone di un contesto sociale e politico deprimente, depressivo, superficiale. L’Italia è un paese fragile; è caratterizzato da una orografia e una conformazione del territorio che rendono particolarmente complessi e onerosi gli interventi di messa in sicurezza e di conservazione. Va anche ricordata una particolare sensibilità ed esposizione ai fenomeni naturali registrata come dato storico. Un geologo che per conto della Regione Piemonte faceva le verifiche post alluvione del 1994 mi raccontava che avendo modo di prendere visione dei registri parrocchiali, in particolare della zona Langhe-Roero, trovava resoconti di alluvioni, frane, esondazioni che, a partire dalle note segnate sui registri più antichi, attorno al 1600, si ripresentavano con regolarità e praticamente sempre negli stessi posti. In questo quadro trovano poi certamente un posto particolare l’inosservanza delle leggi e delle norme urbanistiche, quando ci sono, oppure la loro totale assenza; i piani per la conservazione del territorio, per la pulizia dei fiumi, per il contenimento del consumo di suolo. Le conseguenze dell’impermeabilizzazione del suolo, dell’edificazione incontrollata, della mancanza di manutenzione regolare fino a qualche anno fa costituivano un problema “fastidioso” con effetti tutto sommato accettabili e un calcolo di vittime e danni che rientrava nelle statistiche delle “calamità naturali”. Ora che queste situazioni di illegalità o di semiillegalità si sommano a un fattore non controllabile come il cambiamento climatico globale lasciano il re nudo e ci pongono di fronte a una realtà ben diversa da quella dipinta e immaginata del “bel paese”.  Lo stupore attonito con cui guardiamo al crollo di manufatti cementizi risalenti a più di mezzo secolo fa, eppure conosciamo bene il ciclo vitale del cemento, lo stupore davanti all’acqua sempre più alta di Venezia, allo sradicamento di otto milioni di abeti, a frane, smottamenti, esondazioni, alluvioni, ci lascia in bocca , nella sua drammaticità di morti, dispersi, danni a cose e animali, un sapore grottesco. 
Ci sono delle frasi ed espressioni banali ma che in un contesto come questo assumono un valore e una dignità diversa. Quando si dice che questo mondo ci è dato in prestito dai nostri figli e che quindi dovremmo riconsegnarglielo meglio di come l’abbiamo ricevuto, si afferma un principio universale di comproprietà e compartecipazione all’utilizzo di un bene, e mai come in questo caso dobbiamo e possiamo parlare di bene comune.
E le città? Possono avere un ruolo diverso o un futuro diverso in questo scenario?
L’architetto Michele Manigrasso, a pagina 4 della rivista, ci parla di un suo libro dove, partendo da esperienze progettuali e professionali ipotizza scenari percorribili: “(…
)Il progetto come “atto critico” nei contesti in cui si opera è lo strumento più efficace che abbiamo per “aumentare” di un valore aggiunto le città e i paesaggi che abitiamo. E oggi, la sfida offerta dall’incertezza climatica non è solo un problema al quale trovare soluzione: è un’occasione per lavorare nella direzione di una maggiore qualità delle nostre città, degli spazi privati delle nostre case, dei luoghi che condividiamo, in cui svolgiamo il nostro lavoro e ci svaghiamo.
L’idea di progetto che ho voluto esprimere è una strada attraverso cui possiamo rivedere e porre rimedio al nostro operato, migliorare il senso del nostro agire, il quotidiano delle nostre comunità (…) Perché in fondo, quello di cui abbiamo bisogno è provare a costruire, anche attraverso la formazione universitaria, una nuova cultura dell’abitare, una nuova coscienza planetaria che faccia da bussola per orientarsi e andare nel futuro. Perché se il tema della mutazione climatica è investito e caratterizzato da forte incertezza, di un dato invece siamo sicuri: l’adattamento al clima è la sfida delle città negli anni a venire e questa condizione offrirà alla ricerca importanti occasioni di sviluppo che alimenteranno, indirizzeranno e correggeranno le linee di traiettoria lungo le quali ci muoveremo. In questo scenario, l’Architettura e l’Urbanistica hanno la possibilità e il dovere di innescare e trainare le speranze e lo sviluppo dei territori e delle città, di lavorare a favore di una rivincita che riaffermi il loro stesso valore (…).

IN QUESTO NUMERO :
pag.1: Le serate di Città & Territorio: "COME STA LA CITTA' ? DOVE VA LA CITTA'?
            Casa versus Turismo
pag. 2: Torino - Città diseguale

               Luca Davico

pag. 3: Economia fondamentale e sviluppo locale
            Filippo Barbera
pag. 4: Progettare città capaci
             Michele Manigrasso
pag. 5: Salviamo l'ex Barilla (Matera)
             Marino Trizio - Olimpia Campitelli - Caterina Raimondi
Rubriche
a cura di Gianpaolo Aghemo
Cinema: Berlin: Die Symphonie der Großstadt
Editoria: Economia fondamentale - L'infrastruttura della vita quotidiana   a cura di "Collettivo per l'Economia Fondamentale"
Fotografia: Vivian Maier
 
Archivio degli articoli pubblicati

CITTA' & TERRITORIO - Unione Culturale Franco Antonicelli - Via Cesare battisti 4/b - Torino

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