Editoriale

GP.A.

Perline e specchietti

Dall’inizio della diffusione su scala mondiale del Covid – 19 ad oggi, i morti, almeno quelli “ufficiali”, si contano a centinaia di migliaia. L’impatto dell’epidemia sul mondo ha prodotto una serie di effetti e risposte che coprono un vastissimo arco di possibilità diverse: la maramaldesca sottostima iniziale dell’effettivo pericolo, vedi Trump negli USA,  Bolsonaro in Brasile e Johnson nel Regno Unito. Salvo poi correre, alcuni ai ripari e altri abbandonando, come in Brasile, le fasce più deboli e più povere al loro destino. Le ipotesi di raggiungimento dell’immunità di gregge che hanno visto un nord Europa rilassato e sereno, anche se poi pure loro si sono dovuti ricredere. Altri paesi hanno poi dovuto fare i conti col viraggio da una iniziale e apparente sicurezza e pragmaticità a scelte obbligate che hanno sottoposto i cittadini a fortissime limitazioni delle libertà individuali, sociali ed economiche.
Altri ancora, quelli della fascia “debole” come l’Africa, il medio Oriente, parte dell’Asia, stanno misurando gli effetti prodotti dalla pandemia unita ad una cronica e drammatica carenza di strutture sanitarie, organizzazione sociale e ricchezza nazionale.

E l'Italia? In questa crisi abbiamo raggiunto, e ampiamente superato, i decessi cinesi (almeno ufficiali); non abbiamo avuto in alcune regioni dei significativi rallentamenti dei contagi. Alcune regioni hanno scontato più di altre interventi sulle strutture sanitarie volti alla loro rimodulazione verso forme più privatizzate, più ospedalizzate, con un minore peso per la medicina di base. Abbiamo avuto la nostra dose quotidiana di truffe, malversazioni, furberie italiche che hanno cercato, anche in questo caso di approfittare della situazione.

In mancanza di vaccino e di cure valide lo strumento più efficace per contenere la diffusione del virus, fino al punto zero, sembra essere, a parte gli esami clinici, il “distanziamento sociale”.

Come si è ottenuto finora questo “distanziamento”? In primo luogo con il totale blocco di tutte le attività sociali scuola, commercio, ricerca, lavoro, poi con la proibizione di uscire in strada, nei parchi, di svolgere quelle banali attività che premettono di perpetuare l’esistenza come ad esempio fare la spesa, andare al cinema, vedere gli amici e o i parenti.

Privando quindi le città dell’elemento costitutivo e connotativo basilare: la presenza umana. Poi, almeno in Italia, abbiamo assistito a una serie di proposte sulla cui bizzarria ci sarebbe da scrivere per un anno, una tra tutte: il perpetuo congelamento degli spostamenti per gli ultrasessatacinquenni. Infine, in aggiunta ad un tanto spontaneo quanto pernicioso “controllo sociale” fai da te, vedette sui balconi pronte ad additare l’untore, ronde più o meno “lecite” a caccia di pericolosi trasgressori del confinamento (lockdown), è comparsa sulla scena la famosa App  Immuni, che dovrebbe, su adesione volontaria, geolocalizzare i tuoi spostamenti e avvisarti qualora ti trovassi nelle immediate vicinanze di un portatore Covid-19.
Per una assoluta coincidenza il numero di Febbraio si apriva con una riflessione sul controllo sociale,  e proponeva una lettura che dal romanzo “1984” di George Orwell arrivava al riconoscimento facciale e quindi alle completa tracciatura di ogni individuo sulla faccia della terra. Inoltre sempre nello stesso articolo si citava come a Torino si stesse procedendo alla ”messa in rete” di tutte le telecamere installate in città, pubbliche e private. Che il Covid-19 potesse aprire le porte di un universo ancora sconosciuto, almeno nel nostro occidente “democratico” lo si era intuito fin dai primi provvedimenti presi in Cina. La convinzione si era rafforzata quando in Ungheria Viktor Orbàn era riuscito ad esautorare Parlamento e Costituzione usando il grimaldello dell’epidemia, allo stesso modo in Polonia il governo clerical-reazionario di Jaroslaw Kaczynski aveva tentato il colpo di cancellare le leggi già ristrettissime su divorzio e aborto.

Quindi cosa possiamo dire della App Immuni che dovrebbe proteggerci da incontri ravvicinati “a rischio”?.
Che, come sempre, assieme agli specchietti e alle perline spesso  trovi anche i germi mortali che ti stermineranno.
Un altro paio di considerazioni sono doverose, anche questa volta  in qualche modo anticipate sempre sul numero di Febbraio di Dialoghi Urbani:

1)  Il confinamento forzato conferma gli studi di Henry Laborit sullo stress da controllo e isolamento; 2) non tutti i confinamenti sono uguali, per cui si conferma che se il virus è “potenzialmente” democratico non altrettanto lo sono le conseguenze sulla popolazione. In queste settimane sono aumentate le violenze domestiche e sono calate le denunce delle stesse. Si sono dovute riscoprire delle relazioni familiari fino ad ora mediate dall’organizzazione sociale: figli a casa,

genitori a casa, parenti e congiunti a casa. A fare che cosa? A tentare di inventarsi delle strategie di sopravvivenza. E ci siamo così scoperti un popolo di cuochi, imbianchini, artigiani, manutentori.
Cosa si imparerà da tutto questo? A mio avviso nulla. Nonostante da più parti voci più che autorevoli di economisti, sociologi, filosofi, urbanisti ci ammoniscano a non perdere l’occasione fornitaci dal virus per dare una svolta e intraprendere un percorso di sviluppo diverso da quello fin qui avuto, per pensare a una città, un lavoro, un modo di muoversi, diverso, più sostenibile, più “umano”, crediamo che quando un cambiamento è il risultato di paure e non di una acquisita consapevolezza etica e morale, la sua durata sia effimera e breve.
La situazione nella quale ci troviamo a vivere in questi giorni ha influenzato la composizione di questo numero di Dialoghi Urbani.

Abbiamo chiesto a urbanisti, architetti, storici dell’ambiente che vivono in diverse parti del paese di darci una testimonianza, una riflessione, una prospettiva sul dopo. E così possiamo proporre otto contributi che arrivano da Milano, Genova, Matera, Ferrara, Pescara Roma e Napoli.

Negli altri articoli potremo trovare riflessioni su città e società che potremo costruire, 25 riflessioni sul dopo virus contenute nel Glossario del Covid-19 e una divertente riflessione sulle applicazioni pratiche del "principio di Peter" nella gestione dell'emergenza.

In questo numero:

pag 1.

Ferrara Solitaria - Romeo Farinella

La narrazione di Roma ai tempi del Covid-19 - Paolo Berdini

La sfida del vuoto - Michele Manigrasso

Per punti o per linee? - Clelia Tuscano

pag.2

Nelle nostre città tornerà tutto come prima o cambierà qualcosa ? - Marino Trizio

La quarantena a Napoli - Alessandra Caputi

La prossemica del coronavirus - Emilio Battisti

Passeggiate corsare - Umberta Dufour

pag.3

Niente può più essere come prima - Glossario del Coronavirus - Luisa Raffaelli

pag. 4

La città e la società che faremo e saremo - Claudio Malacrino

pag.5

Il principio di Peter ai tempi del coronavirus - Sergio Dellavecchia

pag.6

Politica e scienza. Perenne conflitto ? - Claudio Malacrino

Rubriche:

Cinema: CONTAGION

Editoria: CLIMA -Lettera di un fisico alla politica - Angelo Tartaglia

Fotografia: LE CITTA' DI GABRIELE BASILICO

 

Archivio

CITTA' & TERRITORIO - Unione Culturale Franco Antonicelli - Via Cesare battisti 4/b - Torino

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